Governare la transizione energetica

Considerazioni su come governare la transizione energetica e su cosa ci servirebbe per migliorare le politiche e la loro gestione. Credo che se parlassimo meno di tecnologie e più di organizzazione, competenze, responsabilità e qualità delle decisioni potremmo ottenere molti più risultati e rilanciare una crescita del Paese.
L’articolo è stato pubblicato su Staffetta Quotidiana.

Abbiamo passato anni a discutere di quanta energia produrre, molto meno di come governarla. Il dibattito pubblico si concentra quasi sempre sulle tecnologie – fotovoltaico, eolico, batterie, nucleare, idrogeno – e molto più raramente sull’organizzazione, sulle competenze, sulle responsabilità, sulla qualità delle decisioni, sulla capacità di esecuzione e sull’uso dei dati.

Eppure nessuna tecnologia produce risultati significativi da sola. Le soluzioni disponibili possono accelerare il cambiamento, ma è la governance a determinare se la transizione avverrà davvero e in che modo. Per trasformare una buona idea in una buona politica servono organizzazioni capaci di pianificare, coordinare, misurare e correggere. Quando questa capacità manca, aumentano i ritardi, gli investimenti non completati, gli obiettivi mancati e la sfiducia verso le nuove iniziative. In altre parole, si sprecano risorse e, come Paese, si rimane indietro.

In ventisei anni di lavoro nel settore ritengo che il sistema di governo del Paese sia peggiorato: leggi più complesse e nidificate, provvedimenti in contrasto e minore chiarezza sugli obiettivi strategici. Ad esempio, da un lato abbiamo obiettivi ambiziosi sulle rinnovabili, incentivi, semplificazioni di alcuni processi, dall’altro ritardi e conflitti sulle aree idonee, enti locali e soprintendenze che praticano approcci totalmente differenti in parti diverse d’Italia, connessioni gestite in modo non efficace, etc., il tutto condito da un dibattito politico in cui le rinnovabili sono fondamentali un giorno e insignificanti quello successivo. Il risultato è che si cresce meno del previsto e a costi decisamente più alti per il singolo e per il sistema, non si conseguono i benefici possibili in termini di costo dell’energia e di sicurezza energetica e gli investitori non sanno dove mettere i soldi.

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Transizione 5.0

Per la serie oltre al danno la beffa, un altro esempio di politica gestita in modo non ottimale. Inutile stare ad additare gli errori. Solo un auspicio: che impariamo a fare di meglio, perché le esperienze dell’ultimo decennio su varie politiche avrebbero consentito di essere più efficaci.

Transizione 5.0: uno schema complesso, difficile da usare, un fallimento… si è detto. E senza dubbio il passaggio da uno schema semplice semplice come Transizione 4.0, a cui le imprese erano ormai avvezze, a una misura più ambiziosa e, almeno all’inizio, troppo rigida e poco chiara, non ne ha favorito il successo.

Se la misura dei risparmi energetici richiesta fosse stata uniformata alle procedure in vigore per i certificati bianchi, sfruttando competenze già consolidate, e si fosse tenuta un’aliquota più bassa accessibile senza misure sul campo ma con autocertificazioni, sarebbe forse andata meglio. Ma questa è un’altra storia, per futura memoria.

Come affermato in diversi documenti FIRE negli anni, le politiche per le PMI devono essere semplici se si vuole che attecchiscano, e possibilmente di medio-lungo periodo. Tali imprese fanno infatti fatica ad approfittare degli strumenti di supporto per mancanza di risorse interne e ci vuole tempo prima che il sistema consulenti/operatori si strutturi per accompagnarle in tale direzione. Niente di peggio che incentivi di breve durata e caratterizzati da regole complesse per tenere lontani questi facilitatori e, dunque, le imprese destinatarie.

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Il punto sull’efficienza energetica

FIRE energy efficiency first

L’articolo scritto per la rivista bimestrale Qualenergia per sintetizzare la situazione attuale per l’efficienza energetica e le opportunità disponibili. Dai risultati raggiunti si passa all’evoluzione attesa delle politiche e al contributo che intelligenza artificiale ed energy manager potrebbero giocare per accelerare la transizione e aiutare imprese ed enti a conseguire il potenziale economico disponibile tramite un uso migliore dell’energia.

Premessa 

C’è più di un motivo se la Commissione europea ha incluso il principio prima l’efficienza energetica (EE1st) nelle sue politiche sull’energia. Ridurre i consumi di energia grazie a un uso più accorto e ottimizzato della stessa, infatti, diminuisce la dipendenza dalle fonti fossili e dalla volatilità dei costi di approvvigionamento delle stesse, comporta minori investimenti e costi sulla capacità di generazione elettrica e di stoccaggio del gas e sulle reti di trasporto, allevia i costi in bolletta per imprese e famiglie, promuove una filiera con una forte presenza di operatori nazionali e taglia alla base le emissioni di gas serra e inquinanti. 

L’EE1st risponde anche all’esigenza di evitare che le politiche si concentrino su generazione elettrica, fonti fossili e mercati per la maggiore complessità e tecnicità dell’efficienza energetica, nonché per la frammentazione delle soluzioni ad essa collegate, che si traducono nell’assenza di lobby forti rispetto ai “concorrenti” citati.

In passato un’altra ragione di convenienza nel promuovere anzitutto l’efficienza energetica era legata alla maggiore appetibilità economica. Risparmiare una tonnellata equivalente di petrolio (tep) costava molto meno che produrne una a basso contenuto di carbonio. Questo vantaggio rimane in generale valido, nonostante il crollo dei costi di soluzioni come il fotovoltaico e, più di recente, la tendenza positiva per gli accumuli elettrochimici. Rispetto al passato, in cui si ragionava prevalentemente per soluzioni semplici (sostituzione di singole tecnologie connesse ai servizi energetici), oggi è necessario avere una visione integrata e olistica, tenendo conto che i costi e i benefici reali di qualunque soluzione non sono solo quelli diretti, ma anche gli indiretti legati a reti e sistema energetico in generale. 

Il giusto connubio addizionale di efficienza energetica negli usi finali e di generazione rinnovabile, purché inquadrato in regole di mercato adeguate ai nuovi scenari, può oggi portare al massimo risultato in termini di costo efficacia, competitività, sostenibilità e decarbonizzazione. Serve un quadro normativo efficace, basato su politiche razionali e con orizzonte di medio periodo.

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Efficienza energetica priorità strategica

La sintesi dell’intervento effettuato all’incontro del Coordinamento FREE organizzato in collaborazione con Fratelli di Italia presso la sala Tatarella del Palazzo dei gruppi della Camera dei Deputati. È stata l’occasione per ribadire l’utilità dell’efficienza energetica per la competitività delle imprese, la stabilità sociale, la sicurezza energetica e la decarbonizzazione. Il ruolo della politica è essenziale per creare le condizioni di stabilità che servono allo sviluppo delle filiere e alla riqualificazione di processi industriali, edifici e trasporti.

Perché l’efficienza energetica è importante

I dati contenuti nel Rapporto annuale sull’efficienza energetica di ENEA (RAEE) indicano uno scostamento del 10% rispetto alla traiettoria attesa per raggiungere i risparmi energetici previsti dal Piano nazionale integrato energia e clima (PNIEC) al 2030. Gli 0,5 Mtep annui mancanti nel 2024 potrebbero apparire poca cosa, ma è un dato che va interpretato correttamente: trattandosi di un obiettivo cumulato, il risparmio ottenuto in un anno si somma a quello degli anni precedenti fino al 2030. Questo significa che mentre un Mtep conseguito nel 2022 vale 9 Mtep al 2030, lo stesso risparmio ottenuto nel 2028 corrisponderebbe a soli 3 Mtep. Allo stesso modo, recuperare lo scarto attuale richiederà di conseguire un risparmio annuo superiore a 0,5 Mtep, tanto più quanto più in là nel tempo avverrà tale recupero. Lo scostamento, dunque, è più preoccupante di quanto appaia a prima vista, tanto più che risulta in crescita rispetto allo scorso anno.

Questa tendenza negativa si collega in buona parte alla progressiva riduzione delle detrazioni fiscali – politica a cui il PNIEC aveva attribuito il peso più rilevante nel raggiungimento dei target – decisa per contenere il buco di bilancio causato dal Superbonus. Anche se sono attesi in crescita strumenti come il Conto Termico e i Certificati Bianchi, da cui si attende un contributo ai risparmi energetici maggiore nei prossimi anni, è difficile che riescano a colmare completamente il divario.

Ciò premesso, il mancato raggiungimento dell’obiettivo al 2030 non sarebbe in sé un dramma, così come non lo è stato mancare il target al 2020. Il vero problema sta nel significato che assume il non realizzare interventi di efficienza energetica che sarebbero conseguibili secondo le stime e gli scenari: si tratta infatti di un’opportunità sprecata, in termini economici, ambientali e sociali. Conviene dunque fare qualche considerazione al riguardo.

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Efficienza energetica: facciamo il punto

L’intervista pubblicata a giugno su Elettrico Magazine in cui parlo sinteticamente della situazione dell’efficienza energetica, degli incentivi disponibili, del ruolo dell’IA e di quello degli energy manager.

La situazione 

In termini di risultati raggiunti dal 2000 al 2023 l’efficienza energetica ha prodotto 27 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (Mtep) di risparmi energetici, consentendo di conseguire una riduzione dei consumi finali di circa 11 Mtep nonostante l’aumento dei consumi legato all’incremento degli usi energetici e all’effetto negativo di alcune trasformazioni di mercato. Un risultato notevole, che equivale a un risparmio diretto di circa 40-50 miliardi di euro sulle bollette, a cui si aggiungono i mancati investimenti per generare la medesima quantità di energia, di valore sicuramente più elevato. Si sarebbe potuto però fare di più, ottenendo una maggiore competitività per le imprese e minori costi per i vari bonus e interventi straordinari di alleggerimento delle bollette.

Se passiamo alle tendenze, siamo purtroppo indietro rispetto agli obiettivi al 2030, soprattutto per edifici e trasporti, ossia i settori più impermeabili alla transizione energetica, responsabili del 44% delle emissioni di gas serra. Servirebbe una maggiore attenzione alle politiche per l’efficienza energetica – e.g. la revisione in forte ritardo di certificati bianchi, conto termico e fondo nazionale per l’efficienza energetica – e un sistema di governo, a cominciare dal Ministero dell’Ambient.   

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