Transizione energetica e PNRR

FIRE decarbonizzazione e sostenibilità

Testo dell’intervista rilasciata lo scorso luglio su transizione energetica e PNRR, con un focus sull’efficienza energetica. La pubblico in ritardo perché è una delle tante attività svolte lo scorso anno e non passate sul blog. Penso contenga qualche spunto interessante anche oggi. L’articolo è apparso su Transizione ecologica Italia.

Il Pnrr, sul fronte energetico, punta alle rinnovabili. Posto che i miracoli non esistono, com’è posizionata l’Italia rispetto agli obiettivi dell’accordo di Parigi e alle strategie contenute nel piano?

Diciamo che il PNRR si fonda su un uso più razionale dell’energia, rinnovabili senza dubbio, ma anche efficientamento energetico nei vari settori, con una maggiore destinazione delle risorse a edifici e mobilità. Si tratta di un piano importante, visto che il PNRR da solo cuba per l’Italia oltre 191 miliardi di euro, che arrivano a 235 miliardi di euro considerando anche React EU e il fondo complementare. Tanto per avere un termine di paragone, il PNIEC prevedeva un investimento cumulato aggiuntivo rispetto alle politiche correnti di circa 185 miliardi di euro. Evidentemente il PNRR risponde ad esigenze più ampie e collegate al rilancio dell’economia nei Paesi Membri, ma se ne intuisce la portata sull’azione di decarbonizzazione.

Azione che non potrà che essere eccezionale, perché nessun Paese è in linea con le traiettorie ipotizzate nei vari scenari per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Si tratta di una sfida senza precedenti, che non pochi commentatori immaginano più impossibile che ambiziosa (e la semplice osservazione di un qualunque grafico sull’andamento delle emissioni negli ultimi decenni e del percorso necessario da qui al 2030 e 2050 non può che dare ragione a una lettura di questo tipo). Personalmente preferisco comunque essere ottimista e confidare nella capacità di innovazione del genere umano. Del resto, se avessimo chiesto a gennaio 2020 che possibilità c’erano di passare in lavoro agile milioni di lavoratori nelle realtà più diverse del nostro Paese nel giro di poche settimane avremmo ottenuto la stessa risposta: impossibile. Ma la storia ha mostrato un esito diverso…

La sfida vera sta nel comprendere che la decarbonizzazione è un processo necessario e urgente per evitare potenziali catastrofi di scala maggiore rispetto a quanto accaduto nel Nord America o in Germania occidentale nella prima metà di luglio [NDR: si fa riferimento agli eventi climatici estremi che al momento di scrivere l’articolo erano vividi; nel mezzo della guerra con l’Ucraina possono sembrare lontani e limitati, ma non scordiamoci che parte della causa dell’alto costo del grano e di altre materie prime agricole è proprio legata al calo dei raccolti di circa il 30% avvenuti in Canada e ad altri effetti simili causati dai cambiamenti climatici]. Se tutti matureremo questa convinzione ritengo che il miracolo potrebbe anche avvenire. In ogni caso sarà tutt’altro che facile raggiungere gli obiettivi trasformando le nostre economie e sarà richiesto un drastico ripensamento di prodotti e servizi, del modo di fare business e degli stili di vita.

Pensando soprattutto al settore industriale, quindi su livelli di consumi elevati, quali sono secondo lei le tecnologie più efficaci da adottare per realizzare una reale transizione energetica nella logica della sostenibilità?

Dall’analisi di diversi studi sul potenziale di efficientamento energetico dell’industria in Europa appare chiaro che il risultato conseguibile attraverso affinamenti successivi – ottenibili sostituendo le tecnologie comunemente impiegate per i servizi energetici (illuminazione, aria compressa, vapore e altri fluidi termici caldi e freddi, etc.) con altre più performanti – è insufficiente rispetto agli obiettivi della decarbonizzazione. Questo risulta evidente anche negli scenari elaborati dall’Agenzia internazionale dell’energia (IEA) nel suo ultimo rapporto “Net zero by 2050”, in cui si vede che la voce “efficienza energetica” va addirittura a ridursi nel periodo 2030-2050. La maggior parte del potenziale è legato all’efficienza energetica legata al cambiamento dei modelli di business e dei comportamenti, all’elettrificazione dei consumi e al cambio dei combustibili, oltre ovviamente al ricorso alle fonti rinnovabili.

Dunque, le soluzioni più interessanti per l’industria sono quelle più complesse, legate al ripensamento del modo di creare (e utilizzare) prodotti e servizi, alla revisione dei propri processi manifatturieri e alle filiere di approvvigionamento e distribuzione nell’ottica dell’uso efficiente delle risorse e della circolarità. Basti del resto pensare che la maggior parte delle aziende vede emissioni dirette (i.e. scope 1) e di approvvigionamento dell’energia elettrica (i.e. scope 2) nettamente inferiori a quelle indirette (i.e. scope 3). Il rapporto fra le prime due e le terze è nell’ordine dell’1:20-1:10 in molti casi, ma arriva anche all’1:100.

Si può quindi dire che la sfida è ripensare il modo in cui approcciamo la produzione tenendo conto dell’uso delle risorse e della sostenibilità, sviluppando modelli nuovi e la nuova mentalità che serve per riuscirci.

Esistono settori produttivi che più di altri hanno necessità di interventi di riconversione per puntare contestualmente alla decarbonizzazione, all’efficienza e di conseguenza alla riduzione dell’inquinamento atmosferico?

La risposta più semplice a questa domanda sarebbe quella di prendere un prontuario nazionale delle emissioni per settore industriale e indicare quelli più emissivi come priorità. Ma ritengo che sia un approccio sbagliato. Intanto perché molte lavorazioni più impattanti sono state delocalizzate negli ultimi decenni e riferendosi ai terminali europei terremmo in considerazione solo la punta dell’iceberg. In secondo luogo, perché le politiche in essere, come l’emission trading, già tendono a promuovere il cambiamento nei settori in cui le emissioni sono più elevate, tanto più se passeranno le modifiche proposte di recente dalla Commissione europea nel pacchetto Fit for 55. Infine, perché la decarbonizzazione è un processo globale che richiede il contributo di tutti i settori.

Piuttosto conviene ragionare sulle differenze fra settori. Un settore come l’alimentare, ad esempio, ha un impatto decisamente inferiore rispetto a ferro e acciaio o chimico e petrolchimico, ma è molto più basato su piccole e medie imprese, che hanno più difficoltà a comprendere le sfide della decarbonizzazione. In generale ritengo che la spinta delle grandi imprese a rivedere le filiere e a ragionare sulle emissioni indirette, introducendo obiettivi e obblighi per i propri fornitori e accompagnandoli in questa transizione, sia fondamentale, così come lo sviluppo di servizi locali e territoriali.

Parliamo del quadro normativo: per raggiungere gli obiettivi del Pnrr in materia di energia, quali sono – se ci sono – gli interventi strutturali di cui la legislazione del nostro Paese avrebbe bisogno?

Credo che il punto non sia pensare alla legislazione di settore, seppure importante. Lo snodo che determinerà la possibilità di successo del nostro Paese sarà la capacità di trasformarsi in un Paese efficiente rivedendo la burocrazia, i processi amministrativi e legislativi, la giustizia, le leggi esistenti, il numero e le competenze dei funzionari pubblici, la digitalizzazione, etc. Tutti aspetti che peraltro sono parte integrante e propedeutica del PNRR e dei provvedimenti collegati. E aggiungo, sarà importante creare uno spirito di squadra nazionale, aspetto reso difficile dalla dialettica politica divisiva che ha caratterizzato l’ultimo decennio. Politica che ha un ruolo fondamentale e che dovrà sapersi trasformare per facilitare la trasformazione. L’esempio dovrebbe essere la nostra nazionale, che l’Europeo l’ha vinto grazie alla collaborazione e all’unione di intenti dimostrando che il vecchio detto “l’unione fa la forza” ha una valenza forte. 

Se non saremo capaci di realizzare questa trasformazione di governo e amministrazione del Paese non andremo lontani e sprecheremo grandi risorse. Se invece sapremo migliorarci, sono convinto che il mercato saprà muoversi nella giusta direzione e riuscirà a conseguire risultati cospicui e, si spera, sufficienti in relazione alla grande sfida che ci attende.

È possibile quantificare l’intervento finanziario europeo per supportare la transizione energetica. E se sì, in quali ambiti è prevalentemente destinato?

Complessivamente la Commissione Europea ha messo sul piatto della bilancia oltre 2.000 miliardi di euro, di cui 1.211 miliardi come fondi di lungo periodo per l’intervallo di programmazione 2021-2027 e 807 miliardi di euro come fondi aggiuntivi per la ripresa (Next Generation EU). Il dettaglio è disponibile nel sito della Commissione.

I fondi per il 2021-2027 sono divisi in tre macroaree: politiche di coesione, politiche agricole comuni e nuove priorità (fra cui ricerca e innovazione, clima, trasformazione digitale, preparazione, recupero e resilienza). In questo nuovo pacchetto le nuove priorità ottengono per la prima volta un budget equivalente alle altre due aree. Next generation EU, invece, si concentra nel supportare i Paesi per uscire dalla crisi, finanziando attraverso contributi e prestiti la decarbonizzazione, la digitalizzazione e la resilienza per affrontare le prossime sfide in modo più efficace. Si articola in una quota destinata alla ripresa (Recovery and resiliance facility, 724 miliardi di euro) e in contributi ad altri programmi (83 miliardi divisi su varie misure). Complessivamente è un programma rilevante con cui la Commissione Europea confida di poter rilanciare l’economia del continente, con una forte attenzione alla transizione ecologica. A noi tocca sapere fare buon uso di questi fondi.

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