La sostenibilità ambientale strumento di pace e prosperità

FIRE decarbonizzazione e sostenibilità

Beh, il titolo è un po’ altisonante, e non molto in linea con i contenuti generali di questa intervista rilasciata la scorsa settimana al magazine del GSE, ma si sa che i titolatori si muovono con logiche loro proprie. Ho deciso però di lasciarlo anche nel blog perché alla fine è un concetto che non solo ho espresso nel testo, ma a cui credo fermamente. È parte della mia visione e anche di quella di FIRE. E mi ricorda il tema di maturità, in cui trattai proprio il tema del divario fra nord e sud del mondo, la necessità di trovare un equità sociale e il ruolo della sostenibilità ambientale in tutto questo. Per il resto troverete nell’intervista temi legati alle sfide che ci troviamo ad affrontare sul fronte energetico. Buona lettura.

Direttore, parliamo del ruolo di FIRE nel panorama energetico italiano

FIRE – Federazione Italiana per l’Uso Razionale dell’Energia – nasce nel 1987 con lo scopo di promuovere l’efficienza energetica, le fonti rinnovabili e la sostenibilità ambientale. Si rivolge a chi opera nel settore, sia lato consumatori di energia, sia lato offerta (produttori di tecnologie, utility ESCO, consulenti) offrendo attività di networking, condivisione di buone pratiche, produzione di documenti di posizionamento per favorire l’uso razionale dell’energia, formazione a 360° sull’energy management e i temi energetici, indagini e studi di settore e di mercato, attività di cooperazione internazionale e consulenze mirate. 

Su incarico a titolo non oneroso da parte dell’attuale Ministero della Transizione Ecologica, dal 1992 FIRE gestisce inoltre le nomine degli energy manager ai sensi della legge 10/1991 e ne promuove il ruolo. Abbiamo partecipato nel corso degli anni a diversi progetti per supportare le Istituzioni nelle loro attività legate alle politiche per l’efficienza energetica, fra cui EPATEE sulla valutazione delle policy e ENSMOV e DEESME sul supporto all’attuazione dell’art. 7 e dell’art. 8 della direttiva sull’efficienza energetica. Grazie alla base sociale di FIRE che include rappresentanti di tutta la filiera, raccogliamo le istanze degli energy manager, degli EGE certificati SECEM e degli operatori per produrre proposte di miglioramento della normativa. In questi anni abbiamo ad esempio collaborato proficuamente con il GSE sia lato proposte, sia lato facilitazione dell’accesso agli incentivi, organizzando convegni, webinar e incontri mirati.

Possiamo dire che FIRE è un riferimento in Italia nel settore dell’efficienza energetica e siamo fermamente convinti che l’uso razionale dell’energia sia un tema cruciale in questa epoca storica.

La promozione della sostenibilità ambientale è una risposta al caro prezzi dell’energia?

In generale la sostenibilità ambientale è un processo fondamentale per costruire un sistema economico e sociale non solo più vivibile e meno impattante in termini di esternalità negative, ma anche meno a rischio di tensioni locali, instabilità geopolitiche e guerre. Da questo punto di vista la sostenibilità ambientale può contribuire a ridurre i costi energetici, sia in modo diretto tramite le azioni legate all’uso razionale dell’energia (efficienza energetica, fonti rinnovabili, riduzione della domanda), sia in modo indiretto (e.g. adozione di materiali e tecnologie in grado di ridurre i costi di investimento e gestione, nonché la dipendenza da Paesi instabili). Nel secondo caso si tratta prevalentemente di effetti conseguibili nel medio-lungo periodo.

Quali parametri adottare per costruire una legislazione nazionale e internazionale che favorisca l’attuale transizione ecologica?

Comincerei dall’applicazione del principio comunitario “energy efficiency first”, che sancisce che occorre sempre valutare l’efficacia degli interventi di efficientamento energetico quando si prendano in considerazione modifiche del sistema energetico (usi finali, reti, produzione, etc.) e adottarli prioritariamente. Ad oggi l’efficienza energetica è purtroppo un tema su cui sono apparentemente tutti d’accordo, ma che raramente trova spazio nel dibattito politico e nelle priorità legislative. Non a caso la revisione del conto termico e l’adozione del nuovo decreto sulle aste sono in grande ritardo. Se il Ministro Cingolani spingesse per una campagna informativa e di sensibilizzazione forte sull’uso dell’energia si potrebbero ottenere vantaggi consistenti da subito, nelle imprese come negli edifici e nei trasporti con comportamenti più consapevoli e con una corretta ed efficiente gestione degli impianti e dei processi. Ci sono già risorse disponibili, visto che ci sono in fondi del piano di informazione e formazione del D.Lgs. 102/2014 che potrebbe essere opportunamente indirizzato, mentre Transizione 4.0 supporta l’adozione di quei sistemi di monitoraggio e automazione che consentirebbe di conseguire benefici energetici e di migliorare il proprio business. 

L’efficienza energetica è essenziale, perché se non riusciremo a ridurre la domanda di energia nei prossimi anni, processi come l’elettrificazione dei consumi saranno a rischio, per lo meno in diverse aree del Paese le cui reti di distribuzione potrebbero rivelarsi non adeguate a gestire l’incremento di domanda legata a un’ascesa non gestita delle tecnologie elettriche (auto elettriche, pompe di calore, cucine a induzione, building automation, etc.). Senza agire lato domanda, sarà inoltre necessario installare una potenza maggiore da fonti rinnovabili, con il relativo impegno di suolo, e avere a disposizione una potenza termoelettrico di soccorso più elevata.

Un altro tema è quello di adottare politiche solide e in grado di durare nel tempo, per stimolare domanda e offerta senza creare effetti speculativi, misurate e verificate costantemente e, soprattutto, corrette in tempi rapidi. Politica strutturate per creare una domanda gestibile da un’offerta che, per ragioni strutturali, non può essere particolarmente “elastica”, ossia in grado di crescere rapidamente. È un elemento fondamentale per garantire efficacia alle risorse spese e consentire di produrre effetti strutturali sull’industria e sui servizi. È inoltre importante misurare i risultati conseguiti, a partire dai risparmi energetici. Al momento si fa adeguatamente, anzi talvolta eccessivamente, solo sul meccanismo dei certificati bianchi, mentre per altre politiche molto più costose e dai dubbi effetti positivi non si forniscono nemmeno le stime dei risparmi. 

La guerra in Ucraina amplifica la necessità italiana di avvicinarsi all’indipendenza energetica. La strada da percorrere è quella delle rinnovabili?

L’indipendenza energetica non può esistere, a meno di entrare tutti in regime di guerra. Le nostre economie sono troppo interconnesse e sviluppate per mettersi anche solo a immaginare forme di autarchia. Ad ogni modo, anche se ci affrancassimo dalla Russia, non solo rimarremmo legati ad altri Paesi, non necessariamente affidabili nel medio periodo, ma ci troveremmo a gestire una forte dipendenza tecnologica e di materie prime. Si tratta tra l’altro di un tema molto sottovalutato, come se buona parte del fotovoltaico, dei processori, delle batterie, e delle tante tecnologie impiegate nel settore energetico, e in quelli di supporto come l’ICT, non ci arrivassero prevalentemente da un solo Paese. Eppure né il programma REPowerEU, né il nostro Governo sembrano preoccuparsene troppo: le attenzioni e i voli dei rappresentati istituzionali sono apparentemente tutti concentrati sull’approvvigionamento dei combustibili fossili.

Conviene ragionare sul fatto che ormai ci troviamo di fronte a un problema di offerta, per quanto riguarda efficienza energetica e fonti rinnovabili, non più di domanda. Potrebbe suonare come una conquista, e in parte lo è, ma richiede un’azione rapida rivolta a strutturare tutte le filiere che ci servono, non ultime le persone: nel settore energetico già si fa fatica a trovare tecnici e installatori. È interessante notare che il basso costo dei salari, che in passato è stato spesso sfruttato per vantaggi competitivi, rischia ora di mostrare i suoi limiti nella corsa ad accaparrarsi le figure necessarie per la transizione. Serve un piano di intervento forte per superare queste sfide ed evitare che i nostri laureati vadano all’estero trasferendo fuori le risorse investite su di essi. Un piano che a sua volta richiede collaborazione fra le parti, non arroccamenti su posizioni senza legame con la realtà. 

Quali valori deve avere un giovane manager che si affaccia nel settore della sostenibilità oggi?

Deve comprendere le diverse dimensioni della sostenibilità, quelle coperte dai Sustainable Development Goals delle Nazioni Unite. Perché in molti casi sono aspetti correlati (da un intervento di efficientamento energetico derivano in genere effetti positivi che impattano sulle altre tematiche e viceversa). Dopodiché deve scegliere un’area di specializzazione, perché non ci serve una moltitudine di generalisti, bensì un insieme di tecnici qualificati e specializzati in grado di dialogare e collaborare fra loro, comprendendo le sinergie possibili (ma anche i casi in cui occorra scegliere quale dimensione privilegiare a scapito di altre).

Mi permetto anche di suggerire alle imprese di adottare modelli organizzativi in grado di favorire il dialogo e la collaborazione fra le diverse funzioni o dipartimenti aziendali. Solo così diventerà possibile trarre i massimi benefici dalla gestione efficiente delle risorse e dalla sostenibilità e garantire la competitività delle imprese. Tale comunicazione favorirà infatti anche lo sviluppo di prodotti e servizi le cui proposte di valore siano più vicine alle esigenze della grande trasformazione che stiamo vivendo.

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