La sfida della decarbonizzazione

FIRE decarbonizzazione e sostenibilità

La sfida della decarbonizzazione per l’Italia è fondamentale. L’ha ribadito l’ultimo rapporto dell’IPCC. La domanda per le imprese è quanto e come pesino sulla loro visione il cambiamento climatico e le sue conseguenze pratiche. Quanto questo ha modificato la loro missione, le loro strategie e le proposte di valore dei loro prodotti e servizi. Sono domande importanti a cui dedicare tempo perché dalle risposte dipenderà in buona parte la loro competitività nei prossimi anni.

Pubblicato sulla newsletter FIRE del 2 maggio.

Il Sesto Assessment Report dell’IPCC è stato pubblicato pochi mesi fa. Lo scenario futuro si è fatto ancora più cupo e la necessità di intervento ancora più impellente. Forse anche per questo non se n’è praticamente parlato sui media. Eppure l’Italia è il Paese industrializzato che più andrà a perdere dalle trasformazioni in atto. L’impatto sull’agricoltura e sull’industria agroalimentare, così come sulle risorse naturali e sul turismo, rischia infatti di essere devastante. Ma forse, come appare dalla tanto discussa campagna sul turismo con protagonista la Venere di Botticelli, ancora si pensa che la gente si sposti solo per vedere monumenti e musei. Temo che non sarà un bel risveglio.

Quello che lo stato del clima dovrebbe suggerirci è di fare di tutto per cercare di rallentare questo disastro. La ricetta la conosciamo da decenni: usare meglio l’energia, responsabile di oltre il 70% delle emissioni climalteranti globali. Dunque parliamo di efficienza energetica, fonti rinnovabili, altre soluzioni a basso impatto carbonico oggi disponibili, ultimi ma forse più importanti, cambiamento degli stili di vita e dei modelli di business e introduzione sul mercato di prodotti e servizi che incorporino i vari criteri di sostenibilità. 

La sfida della decarbonizzazione è per noi fondamentale e siamo il Paese a cui più conviene condurla, per salvarci e per avere imprese competitive nel futuro. A prescindere dal risultato globale sul contenimento dei gas serra, infatti, ci prenderemmo tutti i benefici in termini di riduzione dei costi delle bollette dei singoli e dello Stato, aumento della sicurezza del sistema energetico, diminuzione della dipendenza dall’estero, benessere e produttività. 

Invito dunque le imprese a chiedersi quanto e come pesino sulla loro visione il cambiamento climatico e le sue conseguenze pratiche. Quanto questo ha modificato la loro missione, le loro strategie e le proposte di valore dei loro prodotti e servizi? Sono domande importanti a cui dedicare tempo. E che purtroppo non sono scontate.

Le materie prime, le fonti energetiche e l’acqua che oggi utilizziamo non saranno garantite nelle quantità attuali; ci stiamo attrezzando per tenerne conto? Apparentemente non ce ne siamo accorti. A giudicare dalle fiere e dai convegni, i problemi energetici dovremmo infatti risolverli con idrogeno e comunità energetiche. Il primo non solo ha un costo energetico folle rispetto ad altri vettori, ma per essere prodotto richiede acqua (o idrocarburi e cattura e sequestro della CO2, ma anche in questo caso se ne giustificherebbe l’uso per alcuni processi carbon intensive). Acqua che presumibilmente non avremo a sufficienza nemmeno per coltivare, produrre e raffreddare, figuriamoci per usi energetici non efficienti. Le comunità daranno un contributo, ma difficilmente cambieranno il panorama energetico se non attivando servizi legati alla riduzione della domanda di cui al momento nessuno parla. Molto fumo, poco arrosto.

È ora di uscire da una visione distorta per abbracciare la realtà e costruire quello che ci serve per farlo al meglio. Partendo dalla consapevolezza che c’è una miniera di opportunità a basso costo legate a sprechi, usi impropri, impianti gestiti in modo non corretto e stand-by su cui agire per ottenere risultati consistenti. Si possono anzi proporre queste opportunità insieme a quelle più costose, basate sull’adozione di tecnologie più efficienti e di sistemi di generazione e accumulo, per conseguire degli indicatori economici di investimento ottimali.

Oltre al ruolo trainante e fondamentale delle imprese – a partire dal settore industriale, molto più avanti su questi temi – sarà inoltre importante potere contare su politiche che promuovano efficientemente ed efficacemente le soluzioni che più ci aiutano a decarbonizzare. Da questo punto di vista è essenziale che si tenga conto almeno degli ambiti (scope) 1 e 2, ossia non solo delle emissioni prodotte a livello locale, ma anche di quelle incorporate nei vettori energetici consumati. Questo eviterebbe delle distorsioni di mercato, come avviene oggi per la cogenerazione ad alto rendimento, penalizzata da Emission trading scheme e tassonomia nonostante i benefici prodotti, non solo in termini di riduzione della CO2. Non a caso sul tema FIRE ha promosso un appello alle Istituzioni competenti, cofirmato da alcune delle principali associazioni coinvolte. Il tema è stato inoltre trattato nella recente pillola per i nostri associati sulla cogenerazione e la CO2.

Ad ogni modo ad oggi l’unica misura per l’efficienza energetica che premia proporzionalmente la riduzione delle emissioni sono i certificati bianchi, per quanto si potrebbe migliorare in tal senso, come proposto da FIRE anche di recente (al riguardo si vedano il documento sui TEE e quello sulle aste prodotti nell’ambito dei propri gruppi di lavoro). Le detrazioni fiscali e il conto termico mettono al contrario sullo stesso piano soluzioni con capacità di decarbonizzazione molto diverse e non stimolano il miglioramento del risparmio energetico, essendo l’incentivo disgiunto dalle prestazioni conseguite. Sarà perché è più virtuoso che lo schema dei certificati bianchi giace negletto, mentre tutti si occupano di prolungare, non di migliorare come da noi proposto più volte in questi anni (ad esempio nel convegno di gennaio organizzato con il Coordinamento FREE), una misura inefficiente ed inefficace come il superbonus. La decarbonizzazione è davvero una sfida difficile da vincere, ma, come dice l’IPCC, si può vincere con le soluzioni oggi disponibili sul mercato. A patto di decidere di utilizzarle e di spendere bene le poche risorse disponibili. Continueremo a batterci in questo senso grazie al contributo dei nostri associati (non lo siete ancora? Perché non farci un pensierino?).Per fortuna molte imprese hanno compreso che ridurre le emissioni e usare meglio l’energia porta a risultati positivi per gli azionisti e a una maggiore competitività.