Chimica, efficienza energetica ed energy manager

chimica, efficienza energetica, energy manager

L’industria chimica in Italia è fra i comparti più performanti in termini di efficienza energetica, guardando ai risultati ottenuti dal 1990 ad oggi. Molte sono comunque le sfide per il futuro, e soprattutto il contributo che la chimica potrà dare nell’ottica di un uso più efficiente delle risorse, di una maggiore sostenibilità e della trasformazione di prodotti e servizi.  Ne ho parlato al convegno “Energie dalla chimica” organizzato a Sperlonga dall’Ordine dei chimici di Roma.

L’indice di efficienza energetica della chimica fra il 1990 e il 2013 è, secondo Odyssee-Mure, nell’ordine del 55%. Un risultato ottimo, testimone dell’attenzione data dal comparto al tema della sostenibilità. Ciò non significa che non vi siano ampi spazi di miglioramento, soprattutto rivolgendo l’attenzione alla filiera (catena di distribuzione, economia circolare, nuovi prodotti e servizi) e attivando un approccio olistico all’uso delle risorse (energia, acqua, materiali, rifiuti, etc.).

La valutazione dei benefici multipli dell’efficienza energetica può aiutare a raggiungere i risultati ambiziosi richiesti dall’Accordo di Parigi. Non solo consente di verificare la reale convenienza economica degli interventi considerati (in genere superiore a quella legata al solo risparmio energetico), ma permette di parlare ai decisori in termini di core business, rendendo più appetibile l’efficienza energetica.

Considerando chimica, farmaceutica e gomma e plastica, sono 136 le imprese che hanno nominato nel 2017 un energy manager (di cui 16 con un sistema di gestione dell’energia su almeno un sito produttivo), a fronte di un totale di 2.246. Crescono inoltre gli esperti in gestione dell’energia (EGE) nei tre settori (47). Si tratta di un buon risultato.

In futuro – grazie anche alla diffusione dei sistemi di gestione dell’energia, alla lean manufacturing e all’approccio six sigma – l’energy manager collaborerà sempre più con le altre funzioni aziendali per contribuire a migliorare la competitività delle imprese attraverso un impiego più efficiente e ottimale delle risorse. Del resto, ragionare sulla filiera o in termini di economia circolare porta a una maggiore complessità e a numerose opzioni disponibili, aspetti che richiedono un approccio differente e un cambio di visione. Più che pensare a ottimizzazioni di singoli componenti sarà fondamentale indirizzarsi verso un ridisegno di prodotti e servizi, filiere di approvvigionamento, materie usate, impatti sul ciclo di vita.

La chimica da questo punto di vista è chiamata a svolgere un ruolo fondamentale. Non solo in quanto industria con un potenziale di risparmio energetico, ma ad esempio per:

  • ottimizzare i processi produttivi, cercando di usare meglio tutte le risorse;
  • rivedere le catene di distribuzione;
  • produrre nuovi materiali per l’edilizia, l’industria, i servizi e i beni di consumo;
  • sviluppare nuovi prodotti per la generazione, il trasporto e lo stoccaggio di energia;
  • ridurre l’uso di materie prime non rinnovabili e dannose.

Il potenziale di miglioramento negli altri settori sarà legato a quanto la chimica saprà produrre, anche nel senso di una transizione dal petrolchimico alle materie rinnovabili.

La FIRE è attiva su diverse azioni mirate a supportare le imprese per attivare questa trasformazione. Segnalo ad esempio il progetto EU-MERCI, che produrrà a breve una piattaforma di buone pratiche divise per settore industriali e fasi di processo, e la conferenza annuale Enermanagement, in programma il 21 novembre.

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