I certificati bianchi e la coperta di Linus

Fare ragionamenti sull’andamento dei prezzi di mercato dei certificati bianchi è difficile. Certo il mercato è stato corto negli ultimi anni, ma l’aumento dei prezzi è difficilmente ascrivibile al semplice rapporto domanda-offerta. Le regole su cui è basato fanno infatti sì che i prezzi possano salire senza un legame diretto con la disponibilità di titoli rispetto alla richiesta, per la mancanza dei freni inibitori che caratterizzano altri mercati. Ciò rende difficile fare previsioni su quanto accadrà. Di seguito qualche considerazione al riguardo. 

Lo schema dei certificati bianchi ha prodotto dal 2005 al 2016 circa 24 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (tep) cumulate e 42 milioni di certificati bianchi (o TEE). I due numeri non coincidono per via del coefficiente moltiplicativo tau, che consente di conteggiare anche una parte dei risparmi futuri per progetti con vita utile superiore ai cinque anni.  A questi vanno aggiunti i TEE per la cogenerazione ad alto rendimento (CAR) che corrispondono a circa 2,2 milioni di TEE cumulati (in questo caso con corrispondenza fra i tep e i titoli).

Complessivamente un risultato impressionante, reso possibile dalla longevità e dal successo del meccanismo. D’altra parte, la capacità di produrre risparmi energetici – dopo una crescita continua fra il 2005 e il 2011 (figura 1), dovuta in parte alla possibilità di presentare più anni di rendicontazione alla presentazione del progetto (opportunità non più disponibile a partire dal 2014) –, sembra aver raggiunto una situazione di equilibrio nell’ordine dei 2 Mtep di risparmi annui. Si tratta di un valore che potrebbe non essere sufficiente per l’obiettivo al 2020, considerando che una parte di tali risparmi non è conteggiabile nell’ambito dell’art. 7 della direttiva 2012/27/UE. Secondo il Rapporto efficienza energetica 2016 dell’ENEA, infatti, nel biennio 2014-2015 lo schema dei TEE ha prodotto 1,8 Mtep di risparmi, con un obiettivo indicativo al 2020 di 16 Mtep. Va però detto che per gli obiettivi della direttiva vanno conteggiati anche i risparmi energetici collegati alle gare d’ambito gas, i certificati bianchi da cogenerazione ad alto rendimento ritirati dal GSE e quelli prodotti dai progetti beneficiari di TEE dopo il termine della vita utile. Si comprenderà meglio nei prossimi due anni, quantificando questi contributi e verificando il funzionamento delle nuove linee guida, quanto lo schema sarà capace di raggiungere i target prefissati.

Figura 1

Di buono c’è che l’analisi dei dati GSE 2016 mostra come ci sia una tendenza alla crescita non solo dei progetti presentati (come evidenziato nel rapporto GSE pubblicato oggi), ma anche nel numero di certificati collegati, come da analisi svolte da FIRE. I TEE emessi nel 2016 e relativi ai progetti presentati nel 2015 siano in crescita rispetto al 2014, e lo stesso si può dire come tendenziale per quelli presentati nel 2016.

Per quanto riguarda i certificati bianchi emessi e quelli disponibili, al 2 febbraio 2017 risultavano erogati 45,2 milioni di TEE, di cui 6,3 milioni disponibili nei conti proprietà degli operatori di mercato (in quanto non annullati, ritirati o bloccati). I certificati disponibili, in particolare, già coprono l’obbligo minimo del 60% del target 2016 e la quota residua del 2014. I titoli che verranno rilasciati fra marzo e maggio, che dovrebbero essere nell’ordine dei due milioni (vedere anche il rapporto GSE citato), potranno servire successivamente per coprire l’obbligo 2017 o il residuo 2015 (pari a circa 2,9 milioni di TEE). Non vi è dunque un mercato corto nell’immediato, come già evidenziato dal GSE nei mesi scorsi.

Più complicato dire se ci potranno essere problemi nei prossimi due anni. I TEE rilasciati nel periodo 1 giugno 2016 – 31 maggio 2017 dovrebbe essere in linea con l’obiettivo 2017 (o della somma di obbligo minimo 2017 e residuo 2015 attuale, volendola vedere in un altro modo). I TEE nuovi dovrebbero essere in grado di compensare quelli che non saranno più emessi per il completamento della vita utile, ma una valutazione precisa è impossibile, in quanto i progetti presentati prima del 2014 potevano essere caratterizzati dalla rendicontazione di più anni nell’ambito della prima RVC e non si sa quando cesseranno la vita utile. La corsa a presentare nei prossimi mesi nuovi progetti per continuare a usufruire del coefficiente tau, insieme alla probabile conferma del prolungamento al 31 dicembre 2017 art. 14, comma 11, del D.Lgs. 102/2014, dovrebbe comunque portare a una quantità di certificati in grado di lasciare un po’ di respiro. Negli anni successivi, molto dipenderà dal funzionamento delle nuove regole.

Venendo al mercato, l’andamento negli ultimi mesi è stato caratterizzato dal superamento a più riprese del record storico di prezzo. La scorsa settimana il prezzo medio pesato ha raggiunto i 245 euro a titolo. Le figure 2 e 3 mostrano l’andamento delle contrattazioni sul mercato spot e su quello bilaterale. Quest’ultimo presenta prezzi inferiori, anche tralasciando le contrattazioni infra gruppo. Nel mese di gennaio, ad esempio, il prezzo medio pesato al netto degli scambi sotto i 100 euro a titolo è stato di 185 euro.

Figura 2
Figura 3

Questa differenza di prezzi fra spot e bilaterale ha fatto pensare a movimenti speculativi, al momento al vaglio dell’AEEGSI. In attesa dell’esito dell’indagine, ritengo comunque che l’aumento dei prezzi sia dovuto soprattutto a un mix di tre fattori:

  • le incertezze sul futuro, quando saranno applicate le nuove linee guida e entreranno in vigore i nuovi obiettivi (dunque la paura di un mercato corto futuro, più che attuale);
  • la voglia di bilanciare il venire meno del coefficiente tau;
  • le strategie di acquisto praticate dai distributori in ragione delle regole di mercato esistenti e della presenza del contributo tariffario, più economiche che finanziarie (e dunque tendenti ad adeguarsi agli aumenti di prezzo).

In merito all’ultimo punto, va evidenziato che questo mercato sfugge alle regole dei mercati classici: non sono chiari i pesi per attribuire un determinato valore ai TEE, non esistono strumenti forward e future per la riduzione dei rischi sulla volatilità dei prezzi, gli acquirenti obbligati vengono rimborsati quasi integralmente dei costi sostenuti, specie se adottano strategie a basso profilo di rischio (con ovvia convenienza di chi può anche acquistare a prezzo zero o molto basso dalle proprie controllate sul mercato bilaterale, che, si badi bene, non è speculazione, ma l’ovvio vantaggio di partecipare in modo attivo allo schema). In sostanza l’unico freno vero all’aumento dei prezzi sono le difficoltà di liquidità che i distributori possono trovare per far fronte allo sforamento dei budget di acquisto in presenza di prezzi spot crescenti.

Questi elementi possono giustificare una corsa al rialzo non necessariamente basata sull’equilibrio fra domanda e offerta, da cui la difficoltà di fare previsioni sul prezzo. Si può evidenziare che in passato si erano verificati casi di mercato corto senza aumenti di prezzo significativi (ad esempio nel 2010, quando il contributo tariffario seguiva altre logiche), e, al contrario, a inizio 2014 ci fu un picco non dovuto alla disponibilità di TEE.

Certo è che il mercato è corto e tale rimarrà per un bel po’, vista la necessità di recuperare dal 1 giugno 2017 oltre cinque milioni di titoli. Se è difficile fare previsioni sui prezzi futuri,  si può però osservare che con le condizioni attuali di mercato il meccanismo offrirebbe senza tau un contributo economico in linea con le linee guida precedenti (e i progetti che usufruiranno del tau risulterebbero decisamente premiati). La figura 4 mostra l’effetto sul pay-back time dei progetti di efficientamento energetico. L’altra faccia della medaglia è rappresentata dal costo dello schema, che ovviamente è direttamente dipendente dal prezzo medio del mercato spot, cui è collegato il contributo tariffario.

Figura 4

La domanda vera a questo punto è: questi prezzi stimoleranno una maggiore partecipazione allo schema e il superamento delle barriere in termini di baseline e procedure che le nuove linee guida introdurranno? C’è da auspicarlo, perché il risultato finale sarà non solo una risposta positiva agli obiettivi comunitari, ma un mercato dell’efficienza energetica più qualificato e consapevole, nonché pronto ad usare strumenti come l’EPC e il finanziamento tramite terzi.

In altre parole il problema non credo sia se la coperta di Linus sia corta, quanto se saprà separarsene…

5 Comments

  1. Salve,
    vorrei portare due riflessioni:
    – sul portale GME è riportato che sono disponibili sui conti degli operatori 6,3 MTEE ma considerando anche i quasi 670.000 di tipo CAR su conto GSE che non possono essere scambiati sul mercato. Quindi sui conti degli operatori in effetti ce ne sono 5,6 MTEE circa il 90% dell’obbligo minimo. Ma visto che sappiamo che gli obblighi non sono equiripartiti, in particolare c’è un Soggetto che detiene un obbligo molto maggiore degli altri, può essere che ci siano dei soggetti minori molto lontano dal loro 60% che devono aquistare ancora molti TEE. Per questi il mercato può essere cortissimo.
    – dal report del GSE (pagina 34) sembra che i TEE annui generabili dalle PPPM approvate sia drasticamente diminuito nel 2015 e 2016. E’ vero che fino al 2013 è stato possibile presentare progetti già realizzati e quindi rendicontarli in un’unica soluzione, ma non tutti i progetti presentati erano di questo tipo. Ad oggi ci sono ancora sicuramente progetti presentati nel 2012/2013 che stanno rendicontando e che quando termineranno saranno rimpiazzati da nuovi progetti con minor potenzialità di TEE generabili. E’ possibile che vedremo una diminuzione dei TEE emessi nei prossimi anni. Considerando che alcuni soggetti obbligati hanno società collegate che sono ESCO è probabile che abbiano evidenza del numero di TEE che si aspettano di ottenere nei prossimi anni e ritenere che il trend in diminuzione possa essere generalizzato anche agli altri operatori.

  2. Grazie per il commento. Mi sembra utile aggiungere due osservazioni ai due punti.
    1. È vero che ci sono 696 mila TEE CAR oggetto di ritiro, ma questo non cambia il fatto che i certificati per assolvere all’obbligo minimo ci saranno. Non è il primo anno in cui se ENEL si lanciasse in campagne di acquisto spinte si potrebbero verificare problemi per diversi distributori, specie piccoli. Ma perché dovrebbe farlo? Segnalo al riguardo che l’andamento degli acquisti di TEE fra mercato spot e bilaterale ad oggi mostra un profilo mensile analogo a quello di un anno fa: c’è dunque una corsa sui prezzi, non sulle quantità. Io rimango dell’idea, ovviamente opinabile, che il mercato corto attuale non giustifichi da solo l’attuale valore dei TEE, ma che pesino gli altri fattori evidenziati nell’articolo.
    2. Come già scritto, fare valutazioni precise sui TEE disponibili in futuro è molto difficile, proprio perché non si hanno informazioni né su quanti TEE rimangano da rendicontare in ragione delle vecchie regole, né su quanto possa incidere l’art. 14 comma 11 del D.Lgs. 102/2014 nelle rendicontazioni 2017 se sarà confermata la proroga di un anno. Ripeto: l’analisi dei TEE relativi ai nuovi progetti (non alle sole PPPM) mostra una crescita fra 2014 e 2016, giustificabile per via dell’aumento dei progetti standard e analitici (che nel biennio del boom erano a quota 20%, mentre ora sono al 44%). La possibilità di ottenere il tau per nuovi progetti nei prossimi sei mesi, combinata con i prezzi attuali, un po’ di TEE aggiuntivi dovrebbe portarli. Per l’obbligo minimo 2017 tendo dunque ad essere ottimista, fermo restando che il mercato rimarrà corto. Per il 2018 vedremo cosa succede nel frattempo.

  3. continuare a ragionare sul solo obbligo minimo significa ignorare una parte di realtà: se non ci sarà un intervento normativo ad hoc, gli obblighi in capo ai distributori dovranno, ancorché dilazionati nel tempo, essere soddisfatti al 100% in quanto la sanzione comminata dall’Aeegsi per gli operatori che non adempieranno integralmente all’obbligo sarà determinata in mondo da essere “scoraggiante” rispetto all’acquisto dei titoli sul mercato. Per comprendere l’evoluzione attesa dei prezzi occorre quindi ragionare sugli obblighi pieni e non già esclusivamente su quelli “minimi”.

    1. Senza dubbio contano gli obblighi pieni. Se si mantenesse l’attuale volume con i nuovi obiettivi avremmo sul mercato TEE in linea con il 100% dell’obbligo. Un primo problema è che non abbiamo strumenti per capire quanti progetti hanno terminato la vita utile nel 2016, né quanti TEE siano collegati ai progetti grandi del D.Lgs. 102/2014, quindi non è facile dire cosa attendersi in termini di certificati disponibili (e su questo punto il rapporto del GSE offre poche informazioni rispetto a quello che si potrebbe comunicare). Il secondo è capire come funzioneranno le nuove linee guida e quanta corsa ci sarà a sfruttare le vecchie regole nei prossimi sei mesi. Il terzo è che avremo alla fine oltre 5 milioni di TEE legati all’obbligo non soddisfatto nel 2015 e 2016 da smaltire nei prossimi due anni.
      Di certo non ci attende un mercato lungo nel breve e medio periodo. Potrà andare in crisi il sistema per un mercato troppo corto, ossia non in grado nemmeno di rispondere agli obiettivi minimi? È presto per dirlo. E sebbene sia possibile, il MiSE avrebbe gli strumenti per mettere delle toppe. Sarà il meccanismo in grado di soddisfare l’obiettivo energetico dell’1,5% addizionale dell’art. 7 della direttiva 2012/27/UE, che la Commissione propone di prolungare fino al 2030? No. Non lo è stato in questi ultimi anni e tantomeno lo sarà in futuro. E non è un problema di sole linee guida, è un tema di addizionalità. Non a caso nell’audizione al Senato sul Pacchetto invernale CE abbiamo sollevato con forza il problema.

  4. ieri il gse ha pubblicato i dati sui tee rilasciati nel primo bimestre 2017.
    toni trionfalistici (quasi il doppio rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente..), peccato che i valori ivi indicati non siano congruenti con quelli relativi alle proiezioni sul 2017 contenuti nel rapporto annuale 2016 pubblicato meno di 15 giorni fa.
    Il dubbio è tra “il gse conosce i dati e non li vuole dire” e “neanche il gse conosce i dati”.
    francamente non so quale delle due risposte sia la peggiore.

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